Squalifica è quando giudice fischia
Pigi Battista grande garantista, ma anche super tifoso juventino, ha subito twittato: “FLASH - Conte dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità”. Mettendo per un attimo da parte il concetto universale del Bello, che a dirla tutta non ha mai deposto a favore dell’allenatore della Juventus, si può concordare con lo spirito polemico di Battista sul fatto che tempi, modi, disparità (o peggio ancora casualità) di trattamenti della giustizia sportiva italiana gridano vendetta.
19 AGO 20

Pigi Battista grande garantista, ma anche super tifoso juventino, ha subito twittato: “FLASH - Conte dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità”. Mettendo per un attimo da parte il concetto universale del Bello, che a dirla tutta non ha mai deposto a favore dell’allenatore della Juventus, si può concordare con lo spirito polemico di Battista sul fatto che tempi, modi, disparità (o peggio ancora casualità) di trattamenti della giustizia sportiva italiana gridano vendetta (ma né più né meno della giustizia ordinaria) e indurrebbero, non s’avesse altro da fare, a ricorrere supplici e indignati presso le Supreme Istanze che regolano l’armonia mondiale.
Al termine (provvisorio) del processo calcioscommesse, o almeno della sua tranche calcisticamente più rilevante, quello che coinvolgeva allenatore, vice e due giocatori della Juventus per fatti che sarebbero accaduti quando ancora militavano in altre squadre, Antonio Conte ha rimediato una pesante squalifica di dieci mesi, mentre i giocatori Leonardo Bonucci e Simone Pepe sono stati assolti. E’ vero, vista distrattamente da lontano, la sentenza sembra ribaltare le impressioni di solo qualche giorno fa, quando Conte sembrava vicino a un patteggiamento molto più soft, e invece i due calciatori sull’orlo dell’abisso (due o tre anni, nello sport, sono ergastolo). Ma l’esito finale, paradossalmente, non potrebbe significare che i giudici hanno lavorato bene, e ben valutato tutte le carte? Invece, in alcuni atteggiamenti più da tifosi che da garantisti, non ultimo quello del presidente della squadra torinese, Andrea Agnelli, che parlò di “dittatura” di fronte alla sola richiesta di condanna da parte del tribunale sportivo, continua a far capolino un vizio italiano. Chi abbia avuto modo di scorrere le quaranta pagine della sentenza, e abbia cognizione degli addebiti che erano stati mossi, sa che certi comportamenti e certi “reati” sportivi, qualora provati, vanno sanzionati e anche con durezza, pena la definitiva perdita di credibilità di tutto il movimento calcistico. Garantismo non è certo negare i reati, e resta il dubbio che, se quegli allenatori e giocatori fossero rimasti in una squadra bianconera di minor rango, il Siena, a nessuno sarebbe venuto in mente di gridare alla dittatura dei giudici. Antonio Conte ricorrerà in appello, ha scelto ottimi avvocati e sempre ci si augura che possa dimostrare la sua innocenza. Ma per il bene suo e della Juventus, non certo per poter poi andare allo stadio sventolando l’ennesimo sbaglio di un giudice, nascondendo sotto il cuscinetto da tifoso il dubbio di essere lì a sgolarsi per una farsa. Dal tifo all’Unesco, il passo è ancora lungo.